Può un sottoprodotto della liquirizia diventare la chiave per fragole più fresche più a lungo? A Sassari c’è chi ci sta provando sul serio. Alkelux è una giovane realtà che lavora su un additivo naturale, fotoattivo e privo di metalli, pensato per trasformare gli imballaggi “passivi” in packaging attivi capaci di rallentare batteri, muffe e – in generale – la perdita di qualità del prodotto. Non è curioso che l’ispirazione arrivi dalla radice più antica delle nostre tisane?
Che cos’è Alkelux e da dove nasce
La società nasce formalmente nel 2024, ma il progetto parte due anni prima come gruppo di ricerca. Base operativa: Sassari, con laboratorio dedicato. A fondarla sono il chimico dei materiali Matteo Poddighe (CEO), affiancato da Davide Sanna (Tech Advisor), quindi Emina Bilanovic (CMO) e Carlo Usai (CFO). Un team che mescola background accademici e piani industriali, con l’obiettivo dichiarato di portare al mercato un bio-additivo per l’industria del packaging.
Come funziona l’additivo: luce, acqua e… niente metalli
Il nome non è casuale: “Alke” richiama l’alchermes, “Lux” è la luce. L’additivo è fotoattivo: l’esposizione a luce solare o artificiale ne potenzia l’azione antimicrobica. Tecnicamente è un nanopolimero idrosolubile ottenuto dagli scarti di lavorazione della liquirizia; è composto da elementi come carbonio, idrogeno, ossigeno e azoto, non contiene metalli allergenici (niente zinco o nichel) né titanio – bandito a livello UE in forma nano – e si integra nei processi senza riconfigurare gli impianti. Una promessa “plug-in” più che “rivoluzione di linea”.
Cosa dicono i test e dove si applica
Secondo l’azienda, i test su fragole (e su altri prodotti deperibili) indicano un’estensione della freschezza fino a una settimana rispetto a imballaggi tradizionali. Oggi l’applicazione corre su plastiche come PP, PE e PLA; sono in programma verifiche su cartone e sull’uva da tavola. Il percorso regolatorio è avviato: la società ha iniziato l’iter di certificazione europea per imballaggi attivi, con l’obiettivo di portare le prime confezioni in commercio nel 2026. Un traguardo ambizioso, che – se confermato – metterebbe sul tavolo una soluzione circolare e industrializzabile.
Riconoscimenti e rete: perché non è solo un prototipo
Il 2025 ha portato visibilità e qualche tappa concreta. A gennaio Alkelux è tra le vincitrici di Encubator, l’acceleratore coordinato da PoliHub, con premio speciale COREPLA e un grant da 40mila euro: non solo cassa, ma accesso a mentor e filiera. A giugno, SIOS25 la incorona “Startup sarda dell’anno”. In agosto, UniCredit Start Lab inserisce la società tra le realtà premiate nella categoria “Innovative Made in Italy”. Segnali utili per leggere la trazione che il progetto sta guadagnando tra investitori e industria.
Oltre la frutta: il filo della circolarità (e un servizio B2B “nascosto”)
La vocazione al riuso non si ferma all’additivo. Dalle pagine del sito emerge anche un servizio di consulenza tecnica su processi HTC (Hydrothermal Carbonization): trasformare biomasse e fanghi in hydrochar, con prove su impianti pilota, supporto normativo e formazione. È un tassello coerente con la narrativa aziendale: meno rifiuti, più valore lungo la filiera. E per chi produce o gestisce scarti organici, un contatto possibile con un team che parla sia la lingua della ricerca sia quella degli impianti.
I nodi da sciogliere (perché un buon giornale fa domande)
Davvero l’estensione di shelf-life sarà replicabile su varietà, stagioni e catene del freddo diverse? Come evolveranno i risultati quando il test passa dalla vaschetta di laboratorio alla logistica reale, con i suoi urti, condense e temperature altalenanti? E ancora: quanto costerà l’additivo a regime, per pallet, e quante linee potranno integrarlo senza fermate “dolorose”? Infine, la parte regolatoria: la promessa 2026 dipende dalla tempistica dei test di migrazione e delle autorizzazioni per i materiali a contatto con alimenti. Sono domande legittime che ogni attore della filiera – dal trasformatore al retailer – si porrà prima dell’adozione su larga scala.
Chi c’è dietro
Volti e ruoli sono pubblici. Matteo Poddighe, chimico dei materiali, guida la società; Emina Bilanovic cura la parte marketing e sviluppo commerciale; Carlo Usai segue la regia finanziaria; Davide Sanna lavora sul trasferimento tecnologico industriale. Un quartetto sardo – con radici universitarie – che ha scelto di far crescere il progetto “a casa”, a Sassari.
Perché tenere d’occhio Alkelux
Perché tocca un problema enorme (spreco alimentare) con un approccio elegante: usare uno scarto per allungare la vita del cibo, senza conservanti aggiunti e senza metalli, puntando sulla fotoattività. Perché promette integrazione “dolce” nelle linee esistenti, un dettaglio spesso sottovalutato ma decisivo per l’adozione. E perché ha già incassato validazioni di ecosistema che non si ottengono con un pitch ben fatto, ma con una tecnologia che inizia a camminare. Se la certificazione arriverà nei tempi annunciati e se i risultati di shelf-life reggeranno alla prova del mercato, l’idea nata in un laboratorio di Sassari potrebbe spostare davvero l’asticella del packaging attivo.






